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Gli allievi raccontano

Haiku di Shuitao

Nel corso degli ultimi 10 anni è tradizione che gli allievi che decidono di partecipare a Seminari residenziali riassumano la loro esperienza con brevi componimenti in forma di haiku.

Riportiamo qui di seguito una selezione, che è stata recitata in occasione dell’incontro di fine quadrimestre del 29 Maggio 2014. Per ciascun componimento un nostro allievo pianista, Mladen, ha eseguito una breve improvvisazione.

Con la sua ombra
al centro della strada
è fermo un sasso
(2003)

Sono un albero
e sul mio braccio canta
questo cuculo.
(2003)

Gocce di pioggia
sopra una foglia gialla:
sono in bilico.
(2005)

Troppi pensieri.
Per essere presente
sarò Memoria.
(2006)

La meraviglia
nelle cose di sempre
una mente nuova
(2008)

Quando se non qui?
Mente di principiante
Quaderno bianco
(2008)

Quel dì, sospesa,
tra caos e vacuità,
sentii la vita!
(2009)

Con leggerezza
cade a terra una foglia.
Che cosa ho perso?
(2009)

Nessun passato.
Sto ascoltando i grilli.
Nessun futuro.
(2010)

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Gli allievi raccontano

Il mio viaggio

Il mio viaggio dentro il Tai Chi inizia cercando leggerezza e armonia.

Vi ho trovato molto altro.

Giorno dopo giorno, anno dopo anno si è acuita la mia capacità di “vedermi”, di “ascoltarmi”, di “capirmi,” di “accettarmi”. Inizialmente quasi solo attraverso un lavoro fisico ho potuto vedere le mie rigidità e con la pratica della forma ho cercato la rotondità, la morbidezza, la capacità di stare nel momento. 

Quasi senza che me ne accorgessi il Tai Chi si è “impossessato ” della mia vita, e molte volte nella vita di tutti i giorni ho trovato spunti di riflessione, di crescita personale, di confronto quasi come se il Tai Chi avesse lavorato anche ad un livello più sottile, senza che io ne fossi consapevole. Nell’acqua che scende, nell’acqua che sale io mi sento libera, leggera e abbraccio l’universo, ne sento il profumo, se cade una foglia ne odo il fruscio, se un raggio di sole mi sfiora ne percepisco il calore e mi accorgo di vivere, mi sento vivere, vivo.

Ornella.

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Gli allievi raccontano

Semplicemente

Un mercoledì qualunque, un’ora quieta. Un’aula, un pianoforte. Un Adagio di Beethoven.
Un giovane lo suona, con la sua sensibilità, il suo impegno e con tutta la sua anima. Sento quel fuoco, quell’immenso amore per la sua, la nostra arte.

Lo ascolto: c’è qualcosa, a tratti, di quello che vive nascosto dentro le note, ma è ancora solo un germe.

Conclude. Non mi escono parole, ma solo un impulso ad alzarmi e a sedermi su quello stesso sgabello. Guardo lo spartito dentro il quale c’è qualcosa di meraviglioso.
La musica comincia e “si suona da sé”, non c’è da fare altro che seguirla, come una barca si lasca portare dalla corrente di un fiume. Non ci sono note, né tasti, né mani, né pensieri. Tutto accade da solo. L’essenza si fa suono.
Torna il silenzio, un respiro, guardo i suoi occhi e capisco che ha “sentito”.

Ricordo me allieva, nel passato. Ricordo altri allievi legati dallo stesso fuoco, un maestro che prende il nostro posto sullo sgabello, la musica che fluisce e ci porta in una dimensione nuova. Nel silenzio che segue, qualcuno con gli occhi pieni di meraviglia che dice “qui adesso è successo un miracolo”. Non sono emozioni, è qualcosa di più, qualcosa che trascende.

Accadono, talvolta, momenti magici.

Passano. Poi si ritorna alla pratica, alla disciplina, alla ricerca, alle frustrazioni. Ai mille e mille movimenti da distillare, ai mille suoni da cercare.
Serve, la mente, per tutto questo. Così, sullo stesso sgabello con lo stesso Adagio, altre mille volte si trovano solo le note, ma non l’essenza. Vale anche per i maestri.

Nella stessa aula, giorni dopo, non mi accadono affatto miracoli sotto le dita, e mi scappa una risata “Hai sentito? Quando si pensa e si cerca di ottenere qualcosa, questo è il risultato!” Ridiamo in due.

Cosa c’era stato di diverso quel mercoledì?
Non c’è stata attesa, non c’è stata paura, non c’è stato desiderio, non c’è stata ricerca, non c’è stata volontà di raggiungere o ottenere qualcosa. C’era solo la mente riempita da quell’immenso amore.  C’è stato il semplicemente sedersi, il semplicemente “lasciarsi suonare”.

Tutto lo studio, la ricerca, la disciplina, la pratica di anni, sono il prezzo da pagare in anticipo, il lavoro necessario per costruire (e per mantenere) le ali che ci permettano poi, talvolta,  di volare.

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Quante ore di pratica di Tai Chi coi maestri, quante ore di un’estate davanti al getto di una fontana, cercando di sentirsi, nello stesso tempo, sia forza del getto che spinge verso l’alto, sia lo scendere dell’acqua verso il basso? Quante ore a disegnare forme nell’aria, prima di sentire talvolta il movimento che “si crea da sé”?

Possiamo, a un certo punto, abbandonare l’esercizio e semplicemente muoverci. Lasciare ogni forma di ricerca, di desiderio. Lasciare la volontà. Lasciare che qualcosa di meraviglioso accada.

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Penso allo zazen. A quanto è spoglio. Nessuna musica, nessun movimento da creare. Nulla da fare.

Mi ritornano parole, e mi accorgo che sono le stesse che valgono per le altre arti.
“Se cerchi di dirigerti verso di esso, te ne allontani”
E poi, tanti “non”. Dopo aver lavorato con tutto, abbandonare tutto. Quando tutto sparisce, tutto accade.

Forse anche per lo zazen, come per altre arti, basta quell’immenso amore per qualcosa che già ci piace e che intuiamo meraviglioso.

Forse il praticare è, come per le altre arti, un modo per costruire delle ali. Non per diventare musica, non per diventare movimento, non per raggiungere qualcosa, ma semplicemente per “lasciarsi essere”.
Allora non ci sarà nulla da trovare, nulla da raggiungere. La cosa più facile e la più difficile.

Nicoletta